Matteo Mannucci: quando un esperto del web si scopre poeta

11 febbraio 2019

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Io ero tra quelle persone che lo conoscevano come esperto del web, eppure Matteo Mannucci, classe 1984 e una laurea in informatica umanistica, con il suo primo libro si è scoperto autore, poeta di testi delicati e ricchi di vita. Vi avevo già parlato qualche giorno fa di Stare al tempo presente, il suo lavoro editoriale perché mi aveva colpito e sorpreso, proprio per ciò che racconta al lettore così come per la pulizia e la sostanza con cui tutto viene narrato. Pulizia e sostanza che avevo scoperto nella sua professione, non a caso questo blog nasce dalla sua mente creativa.   

Sentivo l’esigenza di non mi fermarmi “soltanto” alla lettura, per questo ho voluto scambiare quattro chiacchiere con lui, chiedendogli quello che leggendo mi era venuto in mente. Ho segnato tutto sul taccuino e poi gli ho semplicemente chiesto se avesse voglia di rispondere a qualche domanda. Ed eccoci qua.    

Insomma, vi consiglio di leggere questa intervista perché potrebbe regalarvi qualche bella emozione…      

matteo mannucci quando un esperto del web si scopre poeta

La prima domanda per farti conoscere dai lettori di Mokateller è inevitabilmente legata al Matteo autore. Come sei arrivato a questo punto dal Matteo esperto di information technology? Mi chiedo… come riescono a comunicare questi due diversi tipi di linguaggio?

Matteo “autore”, non lo conoscevo affatto, è stato un incontro dettato dalla necessità, il bisogno di dare espressione ad un mondo interiore che non avrebbe potuto altrimenti esprimersi. Lo scrivere è stato parte della cura, nel libro tento di spiegarlo, non si è trattato di scegliere tra farlo o non farlo, ma un’imposizione di quello che potremmo chiamare destino, come a dire “Se scrivi potrai sapere, capire, conoscerti, se non lo fai non saprai, capirai mai”. Più andavo avanti nello scrivere più vedevo questo mio gesto come un’altra ennesima forma di rappresentazione della vita stessa. Come sai Laura, realizzo siti web, scrivo codice HTML per rappresentare un’idea, una visione, un progetto, per dargli sostanza. Esattamente un’altra forma, un altro codice, mi ha portato alla scrittura prima e alla poesia dopo.

Sono tutti codici, diversi, che servono quella che Platone chiamerebbe “L’idea” (Idee – dee) che giunta alla mente (anima) passa dalla scrittura o meglio dal gesto espressivo per rappresentarsi, per acquistare forma e sostanza.Riporto a chiusura un frammento della quarta di copertina: Sulla “via del divenire” il progettista di interfacce incontra il poeta, quel conoscitore di altri codici che chiedono di essere trasmessi.

Stare al tempo presente. Curioso come titolo…

Le parole sono scrigni, sono forzieri, vanno custodite protette, amate. Nelle parole viene preservata la nostra natura che su questo pianeta ci rende unici, la cultura; quel sapere che ci viene tramandato da migliaia di anni. Stare, non è andare, non è fuggire, è rimanere dove non vogliamo stare perché fa male, perché fa paura, perché non vogliamo vedere. Una volta scrissi da qualche parte che “fuggire non serve a niente, se ti porti appresso”, è una verità che ho scoperto stando, rimanendo fermo per capire cosa in quel momento mi inchiodava in un presente eterno. 2.500 anni fa in Grecia, una frase fu iscritta nella pietra del tempio dedicato al dio Apollo: “Conosci te stesso”. Da allora quante vite sono trascorse? Quante ne trascorreranno ancora? Esiste un tempo presente che non sarà mai passato, né sarà mai futuro, il tempo dell’anima nostra che chiede solo di stare in questa dimensione per essere finalmente compresa. L’anima è il tesoro deposto in ogni essere umano, dispensa talenti, toccare l’anima è vivere in sintonia con lo stesso vivere di tutti gli esseri; i filosofi taoisti parlavano di 10.000 esseri per rendere un’idea di quanto sia vasto e diverso il cosmo eppure unico per tutti.Sul vocabolario alla voce “Stare” troviamo scritto: << infinito presente del verbo stare – Forma Attiva (ausiliare: Essere). >>

Infinito presente, essere.

stare al tempo presente

Quando hai sentito per la prima volta l’esigenza di scrivere e perché proprio haiku?

L’esigenza è sorta spontanea, nel momento esatto in cui ho compreso cosa fosse un simbolo, simbolo è una parola greca che significa “mettere insieme”, unire. Nell’antica Grecia tra i membri di una famiglia si era soliti spezzare una moneta oppure un pezzetto di coccio, poi quando questi si sarebbero riuniti anche i pezzi del simbolo avrebbero fatto altrettanto. Nel Simposio, Platone racconta che l’uomo in origine era di forma sferica con quattro braccia, quattro gambe e due teste, poi Zeus per punirlo della sua insolenza di spodestare gli dei, lo divise in due generando maschile e femminile, uomo e donna; entrambi simboli dell’uomo. I miti, le leggende, lo storie di fantasia, la narrativa sono tutti linguaggi poetici, creano dal nulla la realtà attingono da una verità fino ad allora oscura e sconosciuta. Partire alla scoperta di sé significa accedere a questa dimensione simbolica e l’unico linguaggio di questa dimensione è appunto quello poetico, di comunione, di simbolo, di messa insieme. La filosofia Orientale è maestra di questa arte simbolica, essenziale, semplice e diretta. Da sempre amo questo modo di pensare la vita, ho letto e leggo libri sul taoismo, sullo zen, coltivo bonsai dall’età di 17 anni, oggi ne ho circa una quindicina, e che cos’è un bonsai se non il simbolo vivente di un albero? Sta in un vaso, lo puoi contemplare, lo puoi guardare da più punti di vista e soprattutto lo puoi guardare dalla giusta distanza come faresti di un albero che si trova su una collina a qualche centinaio di metri da te, lo vedi piccolo, ma nel contempo lo percepisci connesso al tutto. Lo stesso è per me l’haiku, una manciata di parole strappate al fecondo silenzio del vuoto che danno origine ad un’immagine, un’immagine molto particolare che è sia questo che quello, proprio come un bonsai: piccolo-grande, giovane-vecchio albero. Il giusto haiku è congiunzione di opposti, se letto e non visto, alla giusta distanza, con il giusto tempo, ritornando ogni tanto, può restituire elementi nuovi, perché rinnovato è il lettore alla e dalla poesia.Gli haiku sono piccoli talismani emotivi che conservano una goccia di eterno presente.

Sei un autore che legge? 

Si adoro leggere come adoro andare al cinema, casa nostra è invasa di libri, li trovi dappertutto anche nell’armadio dei vestiti, in lettura ho circa una decina di libri, non ho fretta di finirli, quando riprendo un titolo dopo tanto tempo che non lo leggevo scopro perché l’avevo lasciato decantare e me ne rallegro. Ricomincio a leggere, mi fermo, chiudo il libro, scrivo, penso, apro un altro libro. Libro è un’altra bella parola, nasce da “liberare”; più leggiamo e più forse lo saremo…liberi.

La scrittura ti ha cambiato?

Si decisamente, la scrittura mi cambia continuamente, aiuta a riflette, a espandere la visione, a cambiare prospettiva ancora e ancora, un continuo mutamento, consente di aprire gli occhi sul “di dentro” e poi sul “di fuori”. Conosci te stesso, come detto sopra, e ora possiamo anche aggiungere la celebre chiusura di Zoroastro…e tutto in te stesso conosci.

Stare al tempo presente è un viaggio, un racconto di vita, di momenti vissuti. Quanto conta l’esperienza di vita nella scrittura?

La scrittura è un modo per dare spazio e sfogo alla pressione del vivere, se non c’è vita non può esserci scrittura, dunque il gesto dello scrivere è una prerogativa che dovremmo coltivare ognuno nella propria intimità. Ho deciso di fare della mia esperienza un libro nel momento esatto in cui ho capito che la vicenda era andata fuori dalla mia sfera personale, che raccontava una storia di tutti e per tutti prima e dopo, andava trasmessa anche solo ad un’altra persona, ma andava fatto

Un libro che consiglieresti a chi sente l’esigenza di un cambiamento?

Suggerisco uno dei titoli che mi hanno cambiato la vita, che mi ha fatto capire come la letteratura, quindi la conoscenza, possa liberare, aprire prospettive, dischiudere possibilità. Il Conte di Montecristo” è per me un libro fondamentale, un libro iniziatico, dove si racconta di un giovane, tradito, rimasto senza niente, ingabbiato in una prigionia che gli consentirà di conoscere chi quella prigionia l’aveva vissuta da tempo e prima di lui, un vecchio, un saggio, al quale si affida totalmente per capire e conoscere, quindi intuire la via d’uscita da quella prigione: la morte è trasformazione; morire per rinascere, così racconta anche l’antico “mito di Osiride”. Il Conte di Montecristo” e il “mito di Osiride”, lontani tra loro migliaia di anni eppure, potremmo dire, entrambi al tempo presente, il tempo nostro, il tempo loro, il tempo del vivere qui e ora.

 

Laura Rossiello

giornalista, ghostwriter, copywriter

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