Britta Linblom. Com’era il mondo della fisioterapia nel 1959

Mi accoglie nella sua casa con il suono del pianoforte. Un ultimo piano in un palazzo nel centro di Livorno dal quale si gode di una vista incredibile sulle colline da un lato e sul mare – simbolo della città toscana – dall’altro. Ci sediamo sul divano che Britta Lindlom, fisioterapista e fisiatra di Umea (Svezia) ha scelto verde, di un verde intenso, esattamente come quello che io ho scelto per la sciarpa che indosso ed è la prima cosa che Britta, donna perspicace e attenta, mi fa notare. E’ molto gentile, il suo modo sereno e pacato di parlare mi trasmette una sensazione piacevole. Siamo entrare in sintonia da subito, più o meno da da quando ha iniziato a raccontarmi della sua esperienza nel mondo della fisioterapia a Milano, l’anno era il 1959.

Perché la scelta di trasferirsi dalla Svezia all’Italia?

Per fare esperienza nel mio lavoro. Sono fisioterapista e fisiatra. Un giorno un importante centro traumatologico di Milano scrisse alla nostra associazione a Stoccolma per avere qualche nostro fisiatra. Io avevo scelto questa professione un po’ perché non è lunghissima come studio e un po’ perché era internazionale. Io volevo uscire, ho sempre avuto il pallino di viaggiare.  Allora decisi di venire io qui in Italia. Avevo una grande Vespa, scesi con quella attraversando Germania, Francia, la Costa Azzurra…

Lei, Britta, può essere considerata una dei pionieri della fisioterapia in Italia, visto che quando è arrivata qui ancora non c’era questa cultura della disciplina?

In realtà sì, in quegli anni per specializzarsi si andava in America, in Italia non voleva andare nessuno perché nel nostro campo ancora non c’era niente. Io però avevo conosciuto questo paese dai viaggi e mi piaceva. Così sono stata lì a Milano un anno, poi ho conosciuto quello che è diventato mio marito e una volta scaduto il contratto restai in ottimi rapporti con i primari dei reparti che consigliavano me quando uno dei loro pazienti aveva bisogno di fisioterapia.

Britta Lindblom

Britta Lindblom sul suo divano verde

E invece da Milano, innovativa e urbanizzata, come è arrivata in Toscana, zona dalla bellezza unica ma sicuramente meno attiva sul campo lavorativo?

Finché mio marito lavorava restai a Milano, quando andò in pensione gli chiesi cosa volesse fare, lui mi rispose che non lo sapeva. Io però sì, lo sapevo, non volevo restare a Milano perché è una bellissima città ma non per vivere. Volevo trovare una casa in Toscana, così nel 1979 ho fatto un giro e l’ho trovata nel comune di Castellina in Chianti dove abbiamo abitato dal 1986 al 2000.

Il 2000 è l’anno in cui vi siete trasferiti a Livorno…

Sì, il mio sogno era quello di poter restare in quella casa, ma mio marito dopo un po’ si stufa della campagna (ride n.d.r) e allora, visto che volevamo assolutamente la costa perché amiamo il mare, dopo tante ricerche siamo arrivati qui a Livorno. Mi hanno fatto vedere questa casa con questo salone molto grande e così abbiamo deciso di rimanere.

Com’è vivere ogni giorno in Italia per chi l’ha scelta consapevolmente?

Io mi sono innamorata subito dell’Italia per la sua gente. Ho girato il mondo, conosco i paesi, ma sono innamorata di questo paese perché gli italiani sono intelligenti, è gente che ragiona con la propria testa. Da noi, e questo può essere un difetto, si muovono come un gregge, fanno tutti la stessa cosa perché va di moda. Gli italiani invece sanno fare, sono individualisti, hanno un’educazione innata, sono gentili, garbati e questo mi piace molto.

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